STORIE IN BIANCO E NERO (La cugina)

 

Rita camminava più in fretta che poteva.

La badante di Caterina le aveva chiesto la cortesia di sostituirla per qualche ora per un improvviso impegno e lei non aveva potuto dire di no. Era il suo giorno libero dalla scuola e in famiglia  lo sapevano tutti.

E poi, non voleva tirarsi indietro.

Caterina era la sua cugina più grande e la sua malattia era in uno stadio sempre più avanzato, tanto che il marito, che ancora lavorava nel suo negozio di alimentari,si era dovuto arrendere all’evidenza e servirsi di una badante straniera.

“Badanti”.Rita rifletteva spesso su questa parola che pur rispondendo in pieno al significato del compito che era loro affidato, le sembrava piuttosto offensiva, per loro, ma soprattutto per le persone di cui si occupavano che sembravano ridotte allo stato di cose o animali. Ma tant’è, questa era la nuova frontiera e lei ci si adeguava.

Quando poteva lei andava a casa di Caterina, ma le faceva sempre molta pena incontrare i suoi occhi smarriti che la guardavano spesso senza riconoscerla.

“Sono Rita”

“Ah, Rita…” E nella vacuità del suo sguardo sembravano scorrere i loro giochi di bambine, quando, eludendo la sorveglianza delle tata (nome che rievocava tutte altre dolcezze, fatte di biscotti profumati e di favole antiche”) correvano nel vicino cantiere a rifornirsi di vecchi mattoni rotti con i quali amavano giocare.

Che ricordi quelle estati lunghe che affogavano nel silenzio della “controra” per poi risvegliarsi a pomeriggio inoltrato quando la tata le pettinava e le preparava per la passeggiata o per il cinema.

Rita aprì le porte dell’ascensore e bussò.

La donna che le aprì la salutò a stento precipitandosi fuori mentre le diceva:” Ha preso medicine, non bisogno altro, solo che lei sorveglia”

“D’accordo”-rispose.

E preferiva pensare di essere venuta a fare un po’ di compagnia a sua cugina, non a sorvegliarla.

Caterina la riconobbe e l’abbracciò con affetto e Rita si sentì improvvisamente felice.

Forse era una buona giornata dopotutto.

“Rita ti ricordi come era bella Amy?”

Lei restò disorientata per un attimo, ma poi capì. Sua cugina si riferiva al film “Piccole donne”, nella versione con Liz Taylor, veramente bellissima.

Certo che ricordava

La tata le aveva portate a vedere quel film in una di quelle estati famose e loro erano rimaste affascinate.

Lei dopo di allora aveva comprato il libro e poi tutta la serie degli altri che ne erano seguiti, Piccole donne crescono, Piccoli uomini, I figli di Jo, il cestino della zia jo.

Ricordava quanto avessero giocato loro due. Caterina era Amy, appunto, lei Jo e sua sorella più grande, quando giocava con loro, era  Meg. L’ultima sorella non la voleva mai interpretare nessuno perché moriva presto e poi era troppo buona e docile per loro tre monelle. E dopotutto loro erano solo in tre.

Quella mattina Caterina sembrava stranamente lucida. Parlava e ricordava alcune cose che Rita pareva aver rimosso, ma che nello sforzo di seguire la cugina,riaffioravano anche in lei con la potenza che solo le cose belle e definitivamente passate possono avere.

Ad un tratto Caterina si alzò e prese un vecchio album di foto. Rita pensò che volesse mostrarle qualcuno, ma lei lo tenne chiuso sulle ginocchia, appoggiò la testa alla spalliera della poltrona e si addormentò, di colpo.

Rita la guardò con tenerezza. Pensò a quando da bambine dormivano insieme nello stesso letto e si raccontavano storie inventate di draghi e principesse.

Nessuna delle due aveva incontrato un principe nella sua vita, ma Caterina aveva incontrato il suo drago che ormai la teneva prigioniera.

La guardò dormire fino a quando rientrò Domenico, il marito.

“Ti preparo qualcosa da mangiare finchè non rientra Olga?”-gli chiese.

“No grazie , non ti disturbare, ho mangiato un panino, riposo un po’ anch’io”.

Rita lo guardò sedersi di fronte alla moglie, poi andò via.

Mentre si richiudeva la porta alle spalle, guardò gli anziani cugini, l’uno vicino all’altro.

Quelle estati felici erano ormai lontanissime e anche l’autunno sembrava passare in fretta.

 

 

STORIE IN BIANCO E NERO (La cugina)ultima modifica: 2014-10-15T15:47:17+00:00da setteparole
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6 pensieri su “STORIE IN BIANCO E NERO (La cugina)

  1. Che bel racconto amica cara, questa è la tua arte: condurre con mano lieve il lettore nell’essenza della trama per poi lasciarlo fantasticare al momento della chiusa. Forse è proprio nel racconto breve che dai il meglio di te stessa, cosa apparentemente facile ma terribilmente difficile da mettere in pratica.
    Non multa sed multum, dicevano un tempo, io con umiltà ti dico: ancora una pagina, ti prego, per la gioia mia e di tanti altri.
    Un caro saluto amica della prima ora.
    Enzo

    • Ti rispondo qui, perchè non sono stata capace di lasciare un commento nel tuo blog (gli anni passano, ma io non miglioro in questo). Per il resto tutto ok.Ho letto il pezzo della bignardi e ho ricordato l’inizio della nostra conoscenza ( sono più di 10 anni ormai). Sono anche io felice di averti incontrata di nuovo, non mi piace perdere gli amici più cari. Un abbraccio.
      (spero che leggerai la risposta)

      • eh già, sono passati proprio dieci anni. All’epoca ero solo una neoventenne che voleva scaricarsi di dosso il peso del segreto. Oggi i miei genitori sanno tutto di me e accolgono la mia compagna come una di famiglia.
        Sono una donna serena e felice, ora. E credo che una buona parte è anche grazie al blog e alle persone che ho conosciuto in questo mondo. Quindi grazie! 🙂
        Spero che anche tu possa ritenerti una persona serena come me.
        Un bacione grande.
        MyP

  2. Mi piace leggere le tue storie, che inevitabilmente mi portano a riflettere e ritrovare momenti di un recente passato che fatico ad elaborare…mi coglie la malinconia, ma è una malinconia serena…Grazie Anna, per questa sorta di percorso che mi aiuti ad intraprendere.

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