13/11/2009

EPITAFFIO "POETICO"

in casa 009.jpgMi ricordo di quando scrivevo poesie. Ho cominciato a farlo che avevo sette anni e da allora non ho mai smesso. Riempivo tutti i fogli che mi capitavano a tiro, perfino i biglietti del treno (una fonte di ispirazione sempre i miei viaggi) e gli scontrini della spesa. Possedevo un numero incredibile di quaderni e block notes, Avevo  versetti sparsi ovunque e componevo poesie per ogni occasione o richiesta.Perfino per la mostra di pittura di qualche amica o per un libro pubblicato.Soprattutto scrivevo per me, per un bisogno insopprimibile di tradurre in versi tutto ciò che sentivo e guardavo nel profondo. Era bello. Un giorno incontrai il blog e così cominciai a pubblicarne qualcuna e mi sembrò di aver trovato una buona destinazione per cose rimaste sempre nascoste nei cassetti. Potevo condividerle con altri, per lo più amici indulgenti che trovavano anche parole di apprezzamento per i miei versi.  E altri ancora ne componevo. Sempre.

Da un po’ di tempo in qua la vena sembra essersi inaridita. Scrivo sempre, ma poesie quasi per niente. Come se si fosse chiusa una fonte e mi accorgessi che tutto ciò che compongo è melassa stantia. Qualche haiku, di tanto in tanto, solo per fermare un’immagine o una sensazione, ma la poesia di un tempo sembra essere andata via. La cosa un po’ mi intristisce e un po’ mi infastidisce. E’ come rinnegare la compagna di tutta una vita, ma è come se anche lei stesse rinnegando me.

Ci siamo perse o è il tempo che si è perso, chissà.

 

05/11/2009

IL DENTISTA E L'AVVOCATO

Aiuto_dentista.gif

 

 

 

La saletta d’attesa del dentista è piccola e confortevole, ma le persone all’interno non hanno un aspetto molto rilassato. La coppia di anziani coniugi aspetta in silenzio, il ragazzo si stringe le testa fra le mani, forse il dolore…. In un angolo c’è una bruna vistosa, con un abbigliamento degno di miglior causa: stivali alti e lucidi con borchie di metallo, pantaloncini al ginocchio, neri e attillati, giubbino bianco di seta. Sembra pronta per una discoteca. La sala è aperta su un ampio terrazzo, la mattinata è dolce e io sono impaziente di andarmene. Squilla il telefonino di un altro signore in attesa e lui risponde. La conversazione diventa subito piuttosto animata e il tizio esce sul terrazzino continuando a parlare a voce alta, camminando nervosamente avanti e indietro. Impossibile non ascoltare. Capisco che si tratta di un avvocato che discute di una causa persa e del compenso che, mi pare di capire, il cliente è restio a pagare. L’avvocato parla concitatamente, sbandierando spesso l’orgoglio del suo studio legale, poi minaccia un ricorso a non so chi, poi blandisce appena un po’,poi forse l’accordo è trovato. Il terrazzino è al primo piano di un palazzo, l’avvocato parla sempre più ad alta voce, non lesinando perfino qualche imprecazione. Non vedo, ma penso che qualcuno dalla strada sollevi la testa a guardare. Si discute di cifre e si fanno nomi (quello della segretaria, quello del socio…)

Se fossi solo un po’ più attenta o interessata, e con me gli altri sofferenti in attesa, potrei dire con chi stesse parlando, di che cosa fosse “direttore” quel cliente (visto l’appellativo ripetuto più volte) e di quale causa si trattasse. Alla faccia della privacy.

Una cosa è certa, non mi rivolgerei mai a quel professionista (sic).

La segretaria del dentista pronuncia il mio nome. Mi alzo sollevata e mi avvio.

Il mio dottore è gentile, silenzioso ed efficiente. Lui si è un professionista.

 

29/10/2009

QUALCHE GIORNO DI VACANZA

                                                                                                                                      Immagine 005.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 2 3 4 5 6 7 8 Prossimo